La dislessia è ereditaria?

In breve: Sì, in parte. La dislessia è più frequente nelle famiglie in cui qualcuno ce l'ha: le raccomandazioni cliniche PARCC del 2011 mettevano la familiarità tra gli indicatori di rischio e parlavano di «rischi di ricorrenza per la dislessia, variabili dal 9% al 78%». Non è una certezza: anche il figlio di un genitore con dislessia può imparare a leggere senza difficoltà. Nel 2011, ricordava il PARCC, un test genetico per la diagnosi non c'era.

Esempio dall'app

Cosa sente l'app in un breve brano

La demo parte da sola. Il brano si illumina parola per parola, come fa l'app quando segue un bambino che legge ad alta voce, e rallenta dove chi legge inciampa. Il testo è in inglese, come oggi le storie di Readigo; quelle in italiano sono in arrivo.

In ascolto

Milo the fox found a red kite stuck high in the old oak tree, and he tugged until it came free.

Le parole difficili si segnano in arancione.

Che cosa dicevano le raccomandazioni cliniche del 2011

Un documento clinico italiano risponde alla domanda in modo diretto: le «Raccomandazioni cliniche sui DSA» del PARCC (2011), preparate da un panel a cui partecipavano, tra gli altri, l'AID, i neuropsichiatri infantili, i pediatri e la Società Italiana di Genetica Umana. Al quesito «Dislessia e genetica» rispondono così: «Visti i rischi di ricorrenza per la dislessia, variabili dal 9% al 78%, si consiglia di rendere disponibile la consulenza genetica per gli adulti dislessici e le famiglie di bambini dislessici o con altri DSA».

Una forbice così ampia dice con sicurezza una cosa sola: se in famiglia qualcuno ha la dislessia, il rischio è più alto. Non dice che cosa succederà a tuo figlio. Anche con un genitore che ha la dislessia, il figlio può non averla.

Sul test genetico il documento era altrettanto chiaro. Nel 2011 il PARCC chiedeva a famiglie, pediatri e specialisti di «considerare l'indisponibilità attuale di test di diagnosi genetica», perché non esisteva un test di laboratorio validato, e di sostenere invece gli studi che potranno fare luce «sulle basi genetiche della dislessia». La diagnosi, quindi, si fa con prove di lettura e scrittura.

Se in famiglia c'è un DSA: che cosa cambia in prima e in seconda

Dillo alla maestra e al pediatra fin dalla prima. Non serve ad avere una diagnosi in anticipo: le Linee guida ministeriali del 2011 ricordano che la diagnosi di DSA «può essere formulata con certezza alla fine della seconda classe della scuola primaria», e l'AID spiega che prima di allora i risultati dei test variano troppo per riconoscere un disturbo specifico. Serve a osservare con più attenzione, e prima.

I segnali sono gli stessi per tutti i bambini: all'infanzia la fatica con filastrocche e rime, in prima una lettura ancora sillabica ben oltre la metà dell'anno, lettere scambiate o saltate, la stessa parola letta in modi diversi. Un segnale isolato, per qualche settimana, dice poco: conta se resta per mesi.

La familiarità conta soprattutto in un caso. Se prima della fine della seconda le prove di lettura e scrittura vanno molto peggio del previsto, le raccomandazioni PARCC del 2011 consigliavano già interventi di recupero con la scuola e la famiglia; se a quei risultati si aggiunge un altro indicatore di rischio, e la familiarità per DSA è uno di questi, ritenevano possibile un intervento «anche a livello riabilitativo», cioè con uno specialista, senza aspettare la diagnosi.

Il quadro completo, mese per mese, è in Segnali di dislessia in prima e seconda elementare. Se tuo figlio è ancora all'infanzia, parti da Mio figlio ha 5 anni e non sa leggere: è normale?.

Che cosa non c'entra

La vista non c'entra. Per la legge 170/2010 si parla di DSA «in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali»: il controllo della vista e dell'udito serve a escludere altre cause. Per questo i trattamenti per la vista non la risolvono: nel 2011 il PARCC esaminava l'allenamento dei movimenti oculari, i filtri colorati e le lenti prismatiche, e concludeva che nessuna di queste tecniche era «esente da critiche e da risultati inconcludenti».

Con l'intelligenza non ha niente a che fare, come dice la stessa definizione di legge, e nemmeno con la buona volontà. Un bambino con dislessia può essere sveglio e pieno di parole, e fare una fatica enorme davanti a una riga scritta. Per l'AID tra i segnali più importanti c'è proprio «un'inattesa difficoltà nell'apprendimento della lettura e della scrittura».

Nessuno ne ha colpa. Se tu o qualcuno in famiglia avete fatto fatica a leggere da piccoli, raccontalo a tuo figlio: sapere che un adulto di cui si fida ci è passato e ce l'ha fatta gli toglie un peso. La tua storia è utile anche alla maestra e al pediatra.

A chi rivolgersi e che cosa fare a casa

Il percorso è lo stesso, con o senza familiarità. Prima la maestra, poi il pediatra, che conosce la storia di tuo figlio e può indicarti il servizio giusto: di solito la neuropsichiatria infantile della ASL. Tutti i passaggi, fino al PDP, sono in Segnali di dislessia in prima e seconda elementare. Le raccomandazioni PARCC consigliavano anche di rendere disponibile la consulenza genetica agli adulti con dislessia e alle famiglie di bambini con dislessia o con altri DSA: se è il vostro caso, chiedine al pediatra.

A casa non serve aspettare una diagnosi per cominciare ad aiutarlo: le abitudini che funzionano sono in Mio figlio legge male. Se ha già nove o dieci anni e la lettura gli costa ancora fatica, leggi È troppo tardi per imparare a leggere bene?.

L'inglese si studia dalla prima: se la lettura in italiano costa già fatica, chiedi allo specialista quando ha senso aggiungere anche quella in inglese. Readigo è un'app iOS per bambini dai 6 ai 12 anni: tuo figlio legge ad alta voce una storia in inglese, l'app dà un punteggio a ogni frase e segna le parole su cui ha inciampato; i risultati li vedi nell'app quando vuoi. Per ora l'app è in inglese, storie comprese; l'italiano è in arrivo. L'app non dice se c'è un DSA. Come funziona.

Readigo non è uno strumento diagnostico né riabilitativo; per un dubbio rivolgiti al pediatra, a un logopedista o al servizio di neuropsichiatria infantile.

Fonti: PARCC, Raccomandazioni cliniche sui DSA. Risposte a quesiti, documento d'intesa (2011), quesiti A5, A9 ed E; AID, La diagnosi; AID, Come si riconoscono i DSA; Linee guida per il diritto allo studio degli alunni con DSA, allegate al D.M. 12 luglio 2011; Legge 8 ottobre 2010, n. 170 (Normattiva).

Domande correlate

  • Se io ho la dislessia, anche mio figlio l'avrà?

    Non per forza. Il rischio è più alto: le raccomandazioni cliniche PARCC (2011) parlano di rischi di ricorrenza dal 9% al 78%. Un figlio di un genitore con dislessia può imparare a leggere senza difficoltà. Dillo alla maestra e al pediatra fin dalla prima, così osservano con più attenzione.

  • Esiste un test genetico per la dislessia?

    Per la diagnosi, no: le raccomandazioni cliniche PARCC (2011) ricordavano che non era disponibile un test di laboratorio validato. La diagnosi la fanno psicologi o neuropsichiatri infantili con test standardizzati di lettura e scrittura.

  • Con la familiarità si può fare la diagnosi prima?

    No. Anche con la familiarità la diagnosi si fa dalla fine della seconda primaria, secondo l'AID e le Linee guida ministeriali del 2011. Se però le difficoltà sono forti, le raccomandazioni PARCC del 2011 ritenevano possibile cominciare prima un intervento, anche con uno specialista.

  • Quali segnali osservare se in famiglia c'è la dislessia?

    All'infanzia, per l'AID, la fatica con filastrocche e rime. In prima, una lettura ancora sillabica ben oltre metà anno, lettere scambiate o saltate, la stessa parola letta in modi diversi. Sono segnali da osservare nel tempo, non una diagnosi.

  • La dislessia è un problema di vista?

    No. Per la legge 170/2010 si parla di DSA in assenza di deficit sensoriali, e nel 2011 il PARCC non trovava prove scientifiche a favore dei trattamenti visivi, come i filtri colorati. Il controllo della vista serve a escludere altre cause.

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Ultimo aggiornamento: 2026-10-27.