Dislessia: come aiutare tuo figlio a casa, insieme alla scuola e al logopedista
Di La redazione di Readigo · 2026-06-01 · 10 min di lettura
In breve
Aiutare a casa un bambino con dislessia non vuol dire moltiplicare gli esercizi, e lo dicono anche le Linee guida ministeriali sui DSA. Contano altre cose: tenere vive le storie, con la lettura condivisa e gli audiolibri, usare per lo studio gli strumenti compensativi del PDP, accordarsi con la scuola sui compiti, difendere la sua fiducia in sé. Gli esercizi di lettura ad alta voce, se servono, si concordano con il logopedista.
Che cosa vuol dire aiutarlo a casa
Quando arriva una diagnosi di dislessia, o anche solo il sospetto, molti genitori reagiscono allo stesso modo: comprano un libro di esercizi e aggiungono altra lettura ogni sera. È comprensibile, ma quasi sempre è la strada sbagliata. Le Linee guida per il diritto allo studio degli alunni con DSA (2011), scritte per la scuola, dicono che ai primi segni di difficoltà «non si deve procedere aumentando la mole degli esercizi per ottenere dei risultati, ma è necessario effettuare una valutazione accurata», per capire quale didattica e quale supporto servono davvero. In un altro passo fanno un esempio che vale anche per casa: «non è utile far leggere a un alunno con dislessia un lungo brano, in quanto l'esercizio, per via del disturbo, non migliora la sua prestazione nella lettura». A casa resta molto da fare, ma con i ruoli divisi. Il lavoro specifico sulla lettura, se serve, lo decidono e lo guidano gli specialisti: il logopedista, il servizio di neuropsichiatria infantile, l'équipe che ha fatto la valutazione. La scuola scrive nel piano didattico personalizzato (PDP) come adatterà lezioni e verifiche. Alla famiglia spetta una parte meno visibile e non meno importante: aiutarlo a non perdere l'amore per le storie e a non convincersi di essere «stupido». Se la diagnosi non c'è ancora, i primi a cui chiedere sono la maestra e il pediatra; la strada fino alla valutazione prevista dalla legge 170/2010 (art. 3) e al PDP è nella guida Segnali di dislessia in prima e seconda elementare, i segnali degli anni successivi nella guida ai segnali della dislessia classe per classe.
Esempio dall'app
Cosa sente l'app in un breve brano
La demo parte da sola. Il brano si illumina parola per parola, come fa l'app quando segue un bambino che legge ad alta voce, e rallenta dove chi legge inciampa. Il testo è in inglese, come oggi le storie di Readigo; quelle in italiano sono in arrivo.
Milo the fox found a red kite stuck high in the old oak tree, and he tugged until it came free.
Le parole difficili si segnano in arancione.
Cinque cose che contano a casa
Al posto di una routine di esercizi, a casa ci sono cinque cose su cui puoi lavorare. Nessuna richiede competenze da specialista. Le storie, ogni giorno. Un bambino con dislessia ha bisogno di parole e di storie quanto i suoi compagni, e leggendo da solo ne incontra meno. Leggigli tu i libri che da solo non affronterebbe ancora, fate a turno se gli va, parlatene a cena. Quando tu non ci sei, gli audiolibri fanno un lavoro simile; se ascolta seguendo il testo sul libro, anche gli occhi restano sulla pagina. Che cosa allena l'ascolto, e che cosa no, lo trovi nel post Ascoltare un audiolibro è come leggere? La lettura ad alta voce, solo come concordato. Se il logopedista o il servizio che lo segue propone esercizi di lettura da fare a casa, chiedi quali, quanto lunghi e come correggerlo quando sbaglia. Se non li propone, non inventarli. In ogni caso, testi brevi e un clima tranquillo: un brano lungo, l'abbiamo visto, non lo fa leggere meglio. Gli strumenti compensativi per studiare. Sono gli aiuti scritti nel PDP che gli permettono di arrivare al risultato aggirando la parte resa difficile dal disturbo. Per la lettura il più noto è la sintesi vocale: l'AID (Associazione Italiana Dislessia) parla di imparare a «leggere con le orecchie». Poi ci sono i libri di testo in formato digitale, le mappe concettuali, il computer con il correttore. A casa si impara a usarli con calma, e non tutti vanno bene per tutti: l'AID consiglia di «sperimentarli prima di operare una scelta». I compiti, decisi con la scuola. Tra le misure dispensative che si possono scrivere nel PDP, l'AID cita «un minore carico di compiti a casa». Se i compiti di ogni sera durano ore, parlane con la maestra: il carico si può rivedere. La fiducia in sé. Un bambino che a scuola fatica più degli altri rischia di pensare di valere meno, e le Linee guida se ne occupano espressamente, nel capitolo sulla «dimensione relazionale». A casa vuol dire notare quello che gli riesce, a scuola e fuori, e spiegargli che cos'è la dislessia. Nel suo decalogo per i genitori l'AID è netta: «Non nascondergli la verità». Senza un nome per le loro difficoltà, spiega, i bambini «possono iniziare a pensare erroneamente di essere meno intelligenti degli altri».
Un ritmo per la settimana
Più che un cronometro serve un ritmo che regga anche nelle settimane pesanti, abbastanza regolare da non doverlo ricontrattare ogni sera. Un esempio, da adattare a quello che dicono la scuola e lo specialista: - Nei giorni di scuola, i compiti con gli strumenti del PDP. Se il PDP prevede la sintesi vocale o i libri digitali, si usano anche a casa, non solo in classe. Tu resti nei paraggi, ma i compiti restano suoi. - Gli esercizi del logopedista, se ci sono, nei giorni indicati. Brevi, tranquilli, in un momento della giornata in cui non è già sfinito. Se una sera proprio non va, si salta senza drammi. - Ogni sera, una storia. Letta da te, ascoltata in audiolibro o a turno. È il momento che non deve mai diventare un esercizio. - Una volta alla settimana, un punto della situazione. Che cosa è andato bene, che cosa è stato pesante, se sono arrivate comunicazioni dalla scuola. Annotalo in due righe: ti servirà agli incontri. - Il fine settimana, senza compiti extra. Biblioteca, giochi, sport, le sue passioni. Nei suoi consigli ai genitori l'AID chiede proprio questo equilibrio: «Ci deve essere un tempo dedicato allo studio e un tempo dedicato a tutte le altre componenti della vita». Se ti accorgi che tuo figlio passa quasi tutto il pomeriggio sui libri, per l'AID vuol dire che «c'è da lavorare per trovare gli strumenti e le strategie giuste». Parlane al prossimo incontro con la scuola o con lo specialista, invece di aggiungere un'altra ora al tavolo.
Che cosa è meglio evitare
Alcune abitudini nascono dalle migliori intenzioni e pesano proprio sul bambino che vorrebbero aiutare. Aggiungere schede e libri di esercizi. Più esercizi dello stesso tipo stancano senza far leggere meglio: è il punto delle Linee guida da cui siamo partiti. Se senti il bisogno di fare di più, chiedi allo specialista che cosa, prima di comprare qualcosa. Le lunghe letture ad alta voce «per allenarsi». Una pagina dopo l'altra, finché non la legge bene: per un bambino con dislessia è fatica senza guadagno, e spesso il ricordo di una serata storta. Diventare il suo strumento compensativo. Leggergli tutto, scrivere al posto suo, finire i compiti per fare prima. Da piccolo è normale affiancarlo, scrive l'AID, ma bisogna stare attenti «a non diventare gli strumenti compensativi primari dei propri figli e non sostituirsi a loro». Anno dopo anno, l'obiettivo è che sappia usare da solo la sintesi vocale, le mappe, i libri digitali. Vivere gli audiolibri come una scorciatoia. Per un bambino con dislessia l'ascolto è un aiuto riconosciuto: le Linee guida citano la sintesi vocale tra gli strumenti compensativi e, per le lingue straniere, anche gli audiolibri. Non prendono il posto degli esercizi decisi dallo specialista, ma nemmeno vanno razionati. Guardare solo il risultato. Dopo una verifica la domanda che viene spontanea è com'è andata, che giudizio ha preso. Sotto il titolo «Il voto non è tutto», l'AID suggerisce di chiedere piuttosto che cosa ha imparato, dove si è sentito sicuro e dove ha fatto fatica: gli errori aiutano a capire se manca un passaggio o se lo strumento usato non era quello giusto. Sottovalutare, o proteggere troppo. L'AID invita a trovare «il giusto equilibrio»: non sottovalutare le difficoltà legate al DSA pensando che sia svogliatezza, ma neanche diventare iperprotettivi, come se certe difficoltà fossero insormontabili. I confronti. Con il fratello che leggeva a cinque anni, con la compagna di banco che divora i libri. Lo sai già; il difficile è non farlo la sera in cui sei stanco anche tu.
Quando chiedere di più
Anche facendo tutto questo, ci sono momenti in cui la cosa giusta è chiedere aiuto, invece di tirare avanti un altro mese sperando che passi. - Il malessere cresce. Mal di pancia prima della scuola, nervosismo, tristezza, lunghi silenzi, il rifiuto di portare in classe gli strumenti compensativi. L'AID li chiama «piccoli segnali»: se ci sono, «qualcosa non sta funzionando come dovrebbe». Parlane con gli specialisti che lo seguono, o con l'help-line dell'AID. - Il PDP non c'è o non viene applicato. L'AID suggerisce una sequenza precisa. Prima un confronto con le insegnanti; se non cambia nulla, una mail al dirigente scolastico e al referente per la dislessia della scuola, se c'è, per chiedere un incontro, lasciando sempre traccia scritta. Se neanche questo basta, l'Ufficio scolastico regionale può fare da mediatore. - Non vedi cambiamenti, nemmeno con gli esercizi concordati. Dopo qualche mese di lavoro regolare, dillo allo specialista. Per legge le misure del PDP vanno verificate periodicamente, per valutarne l'efficacia (legge 170/2010, art. 5, c. 3), e anche il lavoro a casa si può rivedere. - La diagnosi non c'è, ma i segnali restano. Se la scuola ti ha comunicato difficoltà che durano nonostante il recupero in classe, o in famiglia c'è una dislessia (quanto conta la familiarità), parlane con il pediatra senza aspettare. Per tutti questi passaggi vale l'ultimo consiglio del decalogo AID: se qualcosa non va, è sempre meglio «fare una telefonata in più».
Prima di aggiungere un'app di lettura
Sulla nostra app, il discorso è breve. Readigo serve a fare esercizio di lettura ad alta voce in inglese, e a niente di più. Funziona su iPhone e iPad, per la fascia dai 6 ai 12 anni: tuo figlio legge una storia e l'app, mentre lo ascolta, assegna a ogni frase un punteggio e prende nota delle parole su cui ha inciampato, che puoi rivedere nell'app, quando vuoi. Per ora l'app è in inglese, storie comprese; l'italiano è in arrivo. Per un bambino con dislessia, poi, l'inglese è un terreno delicato. Le Linee guida ricordano che la trasparenza di una lingua, cioè quanto si legge come si scrive, «influisce sul livello di difficoltà di apprendimento della lingua» per gli studenti con DSA, e chiedono alla scuola di «assegnare maggiore importanza allo sviluppo delle abilità orali rispetto a quelle scritte»; per la lettura, questi alunni «possono usufruire di audio-libri e di sintesi vocale». Leggere ad alta voce in inglese può essere proprio il compito più faticoso. Se tuo figlio ha una diagnosi di DSA, chiedi al logopedista o agli specialisti che lo seguono, e all'insegnante d'inglese, prima di aggiungere qualsiasi app, compresa la nostra. Come funziona. Se stai valutando altre app, i criteri per giudicarle sono nella guida come scegliere un'app di lettura. Readigo non è uno strumento diagnostico né riabilitativo; per un dubbio rivolgiti al pediatra, a un logopedista o al servizio di neuropsichiatria infantile.
Lavorare con la scuola e con chi lo segue
Quello che fai a casa funziona meglio se la scuola e lo specialista lo sanno, e se tu sai che cosa fanno loro. - Il PDP si prepara anche con te. Le Linee guida prevedono che la famiglia possa comunicare alla scuola «eventuali osservazioni su esperienze sviluppate dallo studente anche autonomamente o attraverso percorsi extrascolastici». Porta quello che vedi a casa: quali strumenti usa volentieri, quanto durano i compiti, che cosa lo stanca di più. - Incontri regolari, non solo i colloqui. Per le famiglie di alunni con DSA le Linee guida chiedono alle scuole incontri «a cadenza mensile o bimestrale, a seconda delle opportunità e delle singole situazioni in esame». Se nessuno te li propone, chiedili. Per prepararli servono più o meno le stesse domande dei colloqui con la maestra. - Che cosa chiedono alla famiglia. Le stesse Linee guida lo elencano: la famiglia sostiene «la motivazione e l'impegno» del bambino nel lavoro scolastico e a casa, controlla che i compiti siano fatti e che a scuola arrivi il materiale richiesto, incoraggia «un sempre maggiore grado di autonomia». Nessuna di queste voci ti chiede di insegnargli a leggere. - Una domanda chiara allo specialista. Chiedi al logopedista, o a chi lo segue, su che cosa sta lavorando in questo periodo e che cosa puoi fare a casa, in concreto. Se propone esercizi, fatti spiegare come correggerlo e quando fermarti. - Il tuo tempo, per legge. La legge 170/2010 (art. 6) riconosce ai familiari fino al primo grado di alunni del primo ciclo con DSA, «impegnati nell'assistenza alle attività scolastiche a casa», il diritto di usufruire di «orari di lavoro flessibili». Le modalità le stabiliscono i contratti collettivi: chiedi all'ufficio del personale come funziona nel tuo. La scuola insegna e gli specialisti seguono il disturbo; a te tocca tenere insieme i pezzi e fare in modo che tuo figlio arrivi a sera ancora convinto di valere. Come si impara a leggere, dalla prima in poi, lo racconta la guida Come insegnare a leggere a un bambino.
Fonti
- Legge 8 ottobre 2010, n. 170 - Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico, artt. 3, 5 e 6 (Normattiva)
- MIUR - Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento, allegate al decreto ministeriale 12 luglio 2011, cap. 3 e par. 3.1, 4.2.1, 4.4, 5 e 6.5 (copia dell'Ufficio scolastico regionale per il Lazio)
- AID, Associazione Italiana Dislessia - Decalogo per genitori (2023)
- AID, Associazione Italiana Dislessia - Gli strumenti compensativi (sintesi vocale, autonomia, libri di testo digitali, audiolibri)
- AID, Associazione Italiana Dislessia - La dislessia a scuola: domande frequenti dei genitori (PDP, misure dispensative, se il PDP non viene rispettato)
- AID, Associazione Italiana Dislessia - La diagnosi (quando si può fare, chi la fa, a chi rivolgersi)