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I prerequisiti della lettura: i segnali che tuo figlio è pronto per imparare a leggere in prima

Di La redazione di Readigo · 2026-05-24 · 9 min di lettura

In breve

Essere pronti a leggere non vuol dire saper leggere. Nell'ultimo anno della scuola dell'infanzia contano alcune abilità di base, i prerequisiti: parlare bene e conoscere tante parole, giocare con rime e sillabe, accorgersi delle scritte intorno, provare a scrivere il proprio nome, ascoltare volentieri una storia. Una grande rassegna di studi condotta negli Stati Uniti (NELP, 2008) ha trovato che abilità di questo tipo predicono la lettura negli anni successivi. A leggere, in Italia, si impara in prima.

Che cosa vuol dire «pronto per leggere»

Nella ricerca «pronto per leggere» ha un significato preciso e ristretto. Non serve che il bambino legga già qualche parola. Servono le basi per imparare, quando comincerà l'insegnamento vero. In Italia quel momento è la classe prima. Per le Linee guida ministeriali sui DSA del 2011, la lingua scritta «non costituisce un obiettivo della scuola dell'infanzia», che però deve costruirne «i necessari prerequisiti». Negli Stati Uniti il National Research Council (Snow, Burns e Griffin, 1998) descriveva il compito degli anni prima della scuola in modo simile: linguaggio, familiarità con la scrittura e orecchio per i suoni, che la scuola poi trasforma in lettura. Ne vengono due conseguenze. Un bambino di 5 anni che non legge non è indietro: quasi nessuno legge davvero a quell'età, e molti di quelli che sembrano farlo riconoscono parole intere a memoria, come mostrano le ricerche di Linnea Ehri. Il caso da guardare è un altro: il bambino che all'ultimo anno non mostra ancora nessuna delle abilità descritte qui sotto.

Esempio dall'app

Cosa sente l'app in un breve brano

La demo parte da sola. Il brano si illumina parola per parola, come fa l'app quando segue un bambino che legge ad alta voce, e rallenta dove chi legge inciampa. Il testo è in inglese, come oggi le storie di Readigo; quelle in italiano sono in arrivo.

In ascolto

Milo the fox found a red kite stuck high in the old oak tree, and he tugged until it came free.

Le parole difficili si segnano in arancione.

Le sei abilità che predicono la lettura, secondo la ricerca americana

Il National Early Literacy Panel (NELP), un gruppo di esperti americano, ha passato in rassegna gli studi sui bambini in età prescolare e nel 2008 ha individuato sei abilità con un legame da moderato a forte con la lettura successiva, anche tenendo conto del quoziente intellettivo e della condizione socioeconomica: - conoscere le lettere, nomi e forme; - consapevolezza fonologica: sentire i suoni dentro le parole e giocarci; - denominazione rapida di lettere o cifre: quanto in fretta nomina una serie di simboli noti; - denominazione rapida di oggetti o colori, con le figure; - scrivere, a cominciare dal proprio nome; - memoria fonologica: ripetere suoni, parole o numeri appena sentiti. Altre cinque avevano un valore predittivo moderato: concetti sulla scrittura, conoscenza della scrittura, prove di prontezza alla lettura, linguaggio orale, elaborazione visiva. Sono dati su bambini di lingua inglese. La scuola italiana parla di prerequisiti e di attività metafonologiche, e per un genitore quasi tutto si riduce a due abitudini: giocare con i suoni delle parole e indicare le scritte che incontrate ogni giorno.

Le lettere: il segnale più forte, con una nota sull'italiano

Nella rassegna del NELP la conoscenza delle lettere era l'abilità più legata alla lettura futura: una correlazione media di 0,50 con la decodifica successiva, la più alta tra le sei abilità. Marilyn Adams («Beginning to Read», 1990) era arrivata alla stessa conclusione. «Conoscere le lettere» vuol dire due cose diverse: il nome (il segno B si chiama «bi») e il suono (B si legge /b/). In prima, con il metodo fono-sillabico, la scuola lavora soprattutto sui suoni e sulle sillabe: B e A fanno BA. Quando tuo figlio ti chiede una lettera, rispondi con il suono, «questa fa bbb». C'è però una differenza. I dati del NELP riguardano l'inglese, dove imparare a decifrare è lento: confrontando tredici lingue europee, Seymour, Aro ed Erskine (2003) hanno visto che l'inglese richiedeva più del doppio del tempo delle lingue che si leggono come si scrivono. In Italia le lettere si imparano in prima, e in fretta, quindi non serve arrivarci sapendo tutto l'alfabeto; le Linee guida mettono al primo posto il linguaggio. Le lettere delle insegne sono spesso in stampatello maiuscolo, il carattere da cui di solito si comincia: perché, e quando si passa agli altri.

Consapevolezza fonologica: rime, sillabe, primi suoni

La consapevolezza fonologica è la capacità di sentire i suoni di una parola indipendentemente dal significato, senza bisogno di lettere. Le Indicazioni nazionali del 2012 descrivono un bambino che «sperimenta rime, filastrocche, drammatizzazioni» e «cerca somiglianze e analogie tra i suoni e i significati». Le Linee guida del 2011 indicano i gradini, in ordine: - la parola dentro una frase; - la sillaba: prima quelle aperte come TA in «tavolo», poi quelle come AL in «albero»; - i suoni iniziali e finali, per esempio la rima: «gatto» e «matto»; - il suono iniziale e finale preciso: «sole» comincia con /s/; - tutti i singoli suoni: m-a-r-e. La sillaba aperta, osservano, la individua facilmente anche un bambino dell'infanzia, mentre il lavoro sui singoli suoni va di pari passo con l'insegnamento della scrittura. Per questo si parte dalle sillabe, con giochi come i «treni di parole», in cui l'ultima sillaba diventa la prima della parola dopo (ca-sa, sa-le, le-pre). La differenza tra questo lavoro e il metodo con cui si insegna a leggere è spiegata nell'articolo su consapevolezza fonologica e metodo fono-sillabico. Se a cinque anni batte le mani sulle sillabe, sente le rime e trova il primo suono di una parola, sta facendo quello che la prima collegherà alle lettere. Se non ci riesce ancora, giocateci ogni giorno: un «vedo una cosa che comincia con mmm» in macchina fa più di un mazzo di schede.

Le scritte intorno a lui e i libri in mano

La consapevolezza della scrittura è fatta di piccole scoperte: il bambino capisce che le scritte vogliono dire qualcosa. A fine infanzia molti bambini: - tengono il libro dritto e girano le pagine in ordine; - indicano la scritta, non il disegno, se chiedi dove sono le parole; - riconoscono il proprio nome e le scritte che vedono spesso: STOP, l'insegna del supermercato, il cognome sul citofono; - seguono la riga da sinistra a destra quando un adulto legge. Le Indicazioni del 2012 lo dicono così: «L'incontro e la lettura di libri illustrati, l'analisi dei messaggi presenti nell'ambiente incoraggiano il progressivo avvicinarsi dei bambini alla lingua scritta». Tutto questo nasce quasi solo dalle storie lette insieme. Leggi un libro ogni giorno e ogni tanto indica una parola, passa il dito sotto la riga, chiedi «da dove comincio a leggere?». Non a ogni pagina: quanto basta perché noti come funziona. Se a fine infanzia non distingue la scritta dal disegno, gli servono soprattutto più storie.

Linguaggio e vocabolario

Qui ricerca italiana e americana vanno nella stessa direzione. «Il linguaggio è il miglior predittore delle difficoltà di lettura», scrivono le Linee guida del 2011. Quante parole un bambino capisce (vocabolario recettivo) e quanto sono costruite le frasi che dice (linguaggio espressivo) contano molto per come capirà i testi negli anni in cui leggerà per imparare. Le differenze tra bambini sono enormi. Un famoso studio americano (Hart e Risley, 1995) ha trovato grandi differenze tra famiglie nel numero di parole sentite entro i tre anni. Se vuoi fare una cosa sola: leggi libri un po' sopra il suo modo di parlare e parlate del libro. «Perché secondo te l'orso è triste?» «C'è un'altra parola per dire freddo?» Secondo le ricerche di Whitehurst sulla lettura dialogica, le chiacchiere intorno alla storia fanno crescere il vocabolario più della lettura da sola. In biblioteca o dal pediatra chiedi di Nati per Leggere: dal 1999 pediatri e bibliotecari propongono insieme la lettura in famiglia «sin dalla nascita».

Scrivere il proprio nome e le prime scritture

Il nome scritto è una delle cose più semplici da osservare, e il NELP ha trovato un legame moderato con la lettura successiva. Il gesto mette insieme lettere, controllo della mano, ordine da sinistra a destra e l'idea che le lettere stanno per suoni, in un certo ordine. Più o meno: a 3 anni scarabocchi che il bambino chiama «il mio nome»; a 4 alcune lettere, spesso in disordine o rovesciate; a 5 il nome da sinistra a destra con quasi tutte le lettere, spesso in stampatello maiuscolo. Se a cinque anni non riconosce il proprio nome scritto e non ne scrive nessuna lettera, parlane con le maestre: conta meno il nome che quello che segnala. Lascia perdere le schede. Per le Linee guida del 2011 le lettere da ricalcare o da completare «non giovano»; la forma di una lettera si impara meglio con il corpo, tracciata «sul pavimento camminando o in aria con le mani». Le scritture spontanee contano: la lista della spesa per gioco, i nomi sotto i disegni, il biglietto per la nonna fatto di lettere a caso. Le Indicazioni del 2012 le mettono tra i traguardi: il bambino «si avvicina alla lingua scritta, esplora e sperimenta prime forme di comunicazione attraverso la scrittura».

Quando i segnali non ci sono ancora

Un bambino di 4 anni a cui mancano quasi tutte queste abilità non è un caso raro, e da solo non è un segnale d'allarme. C'è chi le sviluppa presto, chi all'ultimo anno, chi nei primi mesi di prima. Meritano attenzione casi più precisi: - all'ultimo anno non sente le rime («cane» e «pane») e non divide le parole in sillabe; - all'ultimo anno non riconosce il proprio nome scritto; - difficoltà di lettura in famiglia, insieme a uno dei punti sopra (perché conta); - a 4 anni parla in modo difficile da capire anche per chi lo conosce, o a 5 usa frasi molto corte: qui la domanda riguarda prima di tutto il linguaggio. Il passo giusto è parlarne con le maestre e con il pediatra, che può controllare l'udito e, se serve, indicarti un logopedista. Anche la scuola ha un compito: la legge 170/2010 (art. 3, c. 3) chiede alle scuole «di ogni ordine e grado, comprese le scuole dell'infanzia» di attivare, dopo averne informato le famiglie, interventi per individuare presto i casi sospetti di DSA, e precisa che l'esito «non costituisce, comunque, una diagnosi». In alcune scuole dell'infanzia le insegnanti compilano un questionario osservativo come l'IPDA: 43 voci su comportamento, linguaggio, memoria, motricità e primi passi verso lettura e calcolo. A cinque anni, comunque, non si parla di dislessia: per le Linee guida un alunno con DSA «potrà venire diagnosticato solo dopo l'ingresso nella scuola primaria», e secondo l'AID la diagnosi di dislessia si fa dalla fine della seconda. Nel passaggio alla primaria le Linee guida prevedono uno «scambio conoscitivo» tra la famiglia e le maestre dei due ordini di scuola: racconta quello che hai notato. Cosa vuol dire «essere indietro» a questa età è spiegato nella risposta mio figlio ha 5 anni e non sa leggere, è normale? Readigo non è uno strumento diagnostico né riabilitativo; per un dubbio rivolgiti al pediatra, a un logopedista o al servizio di neuropsichiatria infantile.

Cosa fare a casa in dieci minuti al giorno

Le abitudini che contano di più non richiedono un programma né uno schermo: una decina di minuti al giorno, dentro la routine che avete già. 1. Un albo illustrato ogni giorno, seduti vicini. Una o due volte passa il dito sotto la riga, senza farne una lezione. 2. Giochi con i suoni. «Vedo una cosa che comincia con sss.» «Che cosa fa rima con gatto?» «Battiamo le mani: far-fal-la.» Tre minuti in macchina. 3. Le lettere intorno a voi. Il pacco dei cereali, le insegne, i nomi sulle buste. «Questa è la tua S: sss.» 4. La giornata raccontata con frasi intere. A quest'età le parole nuove arrivano più dalla conversazione che dalla lettura. 5. Fogli, pastelli e il suo nome scritto in stampatello maiuscolo a portata di mano. Come tutto questo si lega a quello che succede in prima è nella guida su come insegnare a leggere a un bambino; la mappa completa è nelle tappe della lettura età per età. Le app possono aspettare: prima della primaria bastano le storie e i giochi con i suoni. Readigo si usa su iPhone e iPad e si rivolge ai bambini dai 6 ai 12 anni: è uno strumento per più avanti. Quando tuo figlio leggerà con sicurezza, potrà leggere una storia ad alta voce: l'app darà un punteggio a ogni frase e segnerà le parole in cui inciampa. Per ora l'app è in inglese, storie comprese; l'italiano è in arrivo. Tu vedrai i risultati nell'app, quando vuoi. Come funziona.

Fonti

Domande frequenti

  • Quando si comincia a preparare la lettura?

    Le prime basi arrivano presto, con le storie e le filastrocche. Il lavoro sui prerequisiti, cioè linguaggio, rime, sillabe e prime scritte, è soprattutto quello della scuola dell'infanzia, fino ai cinque anni. Nessuno chiede che il bambino legga: in Italia a leggere si impara in prima.

  • Le lettere vanno imparate prima di entrare in prima?

    Non è necessario: in Italia le lettere si insegnano in prima, e in italiano si imparano in fretta. Nella ricerca americana la conoscenza delle lettere è il predittore più forte, ma le Linee guida italiane mettono al primo posto il linguaggio. Se gli interessano, rispondi con il suono della lettera.

  • Che differenza c'è tra consapevolezza fonologica e metodo fono-sillabico?

    La consapevolezza fonologica è sentire i suoni nelle parole dette, senza lettere: dividere «cane» in ca-ne, trovare una rima. Il metodo fono-sillabico è il modo in cui in prima si insegna a collegare quei suoni a lettere e sillabe scritte. La prima prepara il secondo.

  • Che cosa osservano le maestre all'ultimo anno dell'infanzia?

    Linguaggio, ascolto, rime e sillabe, attenzione, movimento della mano, primi segni di scrittura. La legge 170/2010 chiede anche alle scuole dell'infanzia di individuare presto le difficoltà, e alcune usano questionari osservativi come l'IPDA. L'esito non è una diagnosi: serve a capire su che cosa lavorare.

  • Leggere a cinque anni dà un vantaggio in prima?

    Non è richiesto: la scuola riparte da zero con tutti, e in italiano a leggere si impara nel corso della prima. Se tuo figlio comincia da solo, va benissimo. Altrimenti, a casa contano di più le storie lette insieme, i giochi con i suoni e tante chiacchiere.

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